Tutti in mostra: già duemila visitatori in quattro giorni

Inaugurata mercoledì 22 maggio all'Orangerie della Reggia di Monza e giovedì 23 ai Musei Civici, la mostra "Dal marmo al missile" ha già registrato duemila visitatori nel suo primo weekend di apertura: ecco le sezioni e le opere in mostra. 

 

LE SEZIONI

1. Dai luoghi agli spazi

La sezione esemplifica una cruciale trasformazione del paesaggio nello specchio dell’arte. Luoghi e spazi infatti, da rappresentazioni più o meno fedeli di campagne, situazioni e contesti, si fanno nel tempo sempre più autonomi dalla realtà visiva ed espressione di emozioni o intuizioni. Un passaggio chiave, documentato dalle opere qui esposte che includono dipinti dell’Ottocento e del primo Novecento, paesaggi di fabbriche e periferie in via di industrializzazione, centri dove le esigenze economiche della committenza imprenditoriale incontrano i paradigmi di una nuova, possibile bellezza. Industrializzazione, turismo e altri fenomeni capaci di imprimere nitide trasformazioni al paesaggio offrono lo spunto per interpretazioni pittoriche (da Turisti nella campagna romana di Adolfo Tommasi alla Spiaggia di Alassio rappresentata da Emilio Gola nel 1917 e da Ermenegildo Ripa nel 1931), il cui soggetto privilegiato sono senz’altro le periferie punteggiate da ciminiere vecchie e nuove e i primi “non luoghi”. Ma nel secondo dopoguerra le cose cambiano. All’informale con le sue immersioni totalizzanti nel corpo dell’opera, estroflessione di un “io” gravido di umori e di tragedia, subentra una stagione più fredda e più lucida: l’arte contemporanea ha drasticamente modificato l’idea stessa di “luogo” e di spazio, proponendosi spesso come paesaggio essa stessa. Cambiano così innanzitutto le città grazie a immagini di sapore pop o vagamente metafisico proposte per esempio da Valerio Adami, Franco Fontana, Thomas Ruff e Christo, celebre per le sue numerose azioni di sottrazione e occultamento di monumenti emblematici. Ancora più drastica l’interpretazione di New York proposta da Lucio Fontana: la Grande Mela è trasformata in una serie di tagli su rame che evoca luci sfavillanti e spazi riflessi sulle pareti di vetro dei grattacieli. In altri lavori, realizzati per lo più fra gli anni ‘60 e ’70, quando i linguaggi del contemporaneo subiscono un’accelerazione decisiva, il luogo, o l’altrove, sono già lì, “fatti” e non semplicemente rappresentati, situazioni immersive, pronte per essere vissute. Spazio e tempo diventano infatti fenomeni totalizzanti nelle interpretazioni di Mario Nigro, Dadamaino, Agostino Bonalumi o Vincenzo Agnetti, mentre Richard Long ricostruisce simbolicamente luoghi atavici attraverso arcaici circoli di pietre. L’idea di viaggio e di movimento, infine, ravviva la ricerca di Salvatore Scarpitta e Pino Pascali; un viaggio che termina emblematicamente sulla luna, esplorata da Neil Amstrong e Buzz Aldrin esattamente cinquant’anni fa, il 21 luglio 1969. È questo, forse, l’ultimo paesaggio.

2. Presenze e personaggi

Questa sezione mette in scena le forze e le idee che stanno alle spalle di ogni progetto di innovazione, gli uomini che sono spesso rappresentati in forme tradizionali, in ossequio a ideali di decoro assai persistenti nel genere del ritratto e della figura e, proprio per questo, violentemente attaccati negli ultimi decenni. Il contrasto è evidente: basta confrontare i valori antichi della monumentale Dea Roma di Achille Funi, perfetta interprete dell’ideale fascista di arte pubblica, ai lavori di Giulio Paolini, Mimmo Jodice, Fausto Melotti e Gino De Dominicis che, pur corteggiando la tradizione, trasformano la classicità in paradigma inaccessibile: specialmente De Dominicis, fra gli artisti più ermetici e inclassificabili del secondo dopoguerra, interpella i mitici Gilgamesh e Urvasi per mettere in scena il grande tema dell’immortalità e, in ultima istanza, la condizione umana. È proprio Urvasi, dea indiana della bellezza, che ci accompagna nell’ambiente dedicato al mondo femminile, fra i più innovativi e aperti al cambiamento nell’arte contemporanea: lo dimostrano i lavori di Adriana Bisi Fabbri, troppo poco nota artista e designer, e la giovane e agguerrita boxeur dipinta da Giacomo Gabbiani. In chiusura due “icone”, Shirin Neshat e Vanessa Beecroft, i cui nudi bianchi e neri di intonsa, statuaria perfezione rimano per contrasto con la castigata, provocatoria e celeberrima messa in scena dell’artista iraniana. Questa sezione è divisa in due parti: il secondo ambiente è organizzato come un ideale “consiglio di amministrazione”, una riunione ai vertici fra figure austere e responsabili che, ciascuna nel suo ambito e nella sua epoca, ha sostenuto progetti e ideali innovativi per contribuire allo sviluppo sociale e all’eccellenza economica della Brianza e della Lombardia: sono ingegneri, esploratori, avvocati, avveduti amministratori, punti di riferimento a livello locale o nazionale, e parecchi presidenti della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde. Uomini di generazioni diverse, ritratti però sempre con stile molto tradizionale, intorno a un tavolo che raccoglie tre esempi della passione collezionistica che ha animato la borghesia. Oggetti preziosissimi e a loro volta tradizionali, una piccola urna etrusca da Chiusi, un raro mezzobusto federiciano e ritratti rinascimentali che corteggiano l’ideale classico, prendendo a modello la medaglistica romana. Ma il tempo stringe: Michelangelo Pistoletto manda in pezzi le regole del buon ritratto nel Ritratto di uomo che guarda l’orologio, come se avesse fretta di abbandonare la scena e uscire dall’immagine. Forse perché qualcosa incalza, utopie, visioni, incertezze… Joseph Beuys pensava che fosse la politica, la necessità di cambiare il mondo e di farlo in prima persona. Per questo la Rivoluzione siamo noi è il suo autoritratto mentre ci viene incontro perentorio, frontale. È ora di aprire un nuovo capitolo. La Rotonda dell’Appiani è invece dedicata a un’opera sola, fortemente emblematica: il gesso della Leda e il cigno di Arturo Martini, un capolavoro assoluto la cui versione in pietra serena, realizzata proprio a Monza nel 1930, fu esposta in quell’anno proprio nella stessa Rotonda, in occasione della Mostra Triennale tenutasi in città per l’ultima volta prima di “migrare” a Milano.

3. Monza e il modernismo

La sezione racconta dunque l’ambiente della città, che forse non è stata sede di una vera e propria “scuola” pittorica riconoscibile in quanto tale ma che certo è stata un luogo in cui artisti diversi e significativi si sono formati e hanno vissuto per generazioni: Eugenio Spreafico, Eugenio Bajoni, Anselmo Bucci… la storia di questo ambiente, di queste figure e di questi paesaggi occupa la sala espositiva dei Musei Civici di Monza, introdotto da una monumentale, straordinaria figura di contadino delineata da Giovanni Segantini ricordando gli umili ma solenni compagni delle sue giornate negli anni trascorsi in Brianza. Sono le forme, il senso e i valori del territorio monzese che, da inizio ‘900, si trasformano attraverso l’esperienza dell’ISIA (Istituto Superiore delle Industrie Artistiche), nelle sue aule e nella Biennale (poi Triennale) delle Arti Decorative, frequentate fra gli altri da Arturo Martini, Marino Marini, Salvatore Fancello ed altri. Una mostra come questa, dedicata all’innovazione, non avrebbe potuto non dare conto almeno degli aspetti fondamentali di questa appassionante vicenda.