“Dal marmo al missile”: le opere in mostra / 2

SEZIONE NUMERO DUE – Allestita all'Orangerie della Reggia di Monza
DAI LUOGHI AGLI SPAZI

Questa sezione mette in scena le forze e le idee che stanno alle spalle di ogni progetto di innovazione, gli uomini che sono spesso rappresentati in forme tradizionali, in ossequio a ideali di decoro assai persistenti nel genere del ritratto e della figura e, proprio per questo, violentemente attaccati negli ultimi decenni.

Il contrasto è evidente: basta confrontare i valori antichi della monumentale Dea Roma di Achille Funi, perfetta interprete dell’ideale fascista di arte pubblica, ai lavori di Giulio Paolini, Mimmo Jodice, Fausto Melotti e Gino De Dominicis che, pur corteggiando la tradizione, trasformano la classicità in paradigma inaccessibile: specialmente De Dominicis, fra gli artisti più ermetici e inclassificabili del secondo dopoguerra, interpella i mitici Gilgamesh e Urvasi per mettere in scena il grande tema dell’immortalità e, in ultima istanza, la condizione umana.

È proprio Urvasi, dea indiana della bellezza, che ci accompagna nell’ambiente dedicato al mondo femminile, fra i più innovativi e aperti al cambiamento nell’arte contemporanea: lo dimostrano i lavori di Adriana Bisi Fabbri, troppo poco nota artista e designer, e la giovane e agguerrita boxeur dipinta da Giacomo Gabbiani. In chiusura due “icone”, Shirin Neshat e Vanessa Beecroft, i cui nudi bianchi e neri di intonsa, statuaria perfezione rimano per contrasto con la castigata, provocatoria e celeberrima messa in scena dell’artista iraniana.

Questa sezione è divisa in due parti: il secondo ambiente è organizzato come un ideale “consiglio di amministrazione”, una riunione ai vertici fra figure austere e responsabili che, ciascuna nel suo ambito e nella sua epoca, ha sostenuto progetti e ideali innovativi per contribuire allo sviluppo sociale e all’eccellenza economica della Brianza e della Lombardia: sono ingegneri, esploratori, avvocati, avveduti amministratori, punti di riferimento a livello locale o nazionale, e parecchi presidenti della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde.

Uomini di generazioni diverse, ritratti però sempre con stile molto tradizionale, intorno a un tavolo che raccoglie tre esempi della passione collezionistica che ha animato la borghesia. Oggetti preziosissimi e a loro volta tradizionali, una piccola urna etrusca da Chiusi, un raro mezzobusto federiciano e ritratti rinascimentali che corteggiano l’ideale classico, prendendo a modello la medaglistica romana.

Ma il tempo stringe: Michelangelo Pistoletto manda in pezzi le regole del buon ritratto nel Ritratto di uomo che guarda l’orologio, come se avesse fretta di abbandonare la scena e uscire dall’immagine. Forse perché qualcosa incalza, utopie, visioni, incertezze… Joseph Beuys pensava che fosse la politica, la necessità di cambiare il mondo e di farlo in prima persona. Per questo la Rivoluzione siamo noi è il suo autoritratto mentre ci viene incontro perentorio, frontale. È ora di aprire un nuovo capitolo.

La Rotonda dell’Appiani è invece dedicata a un’opera sola, fortemente emblematica: il gesso della Leda e il cigno di Arturo Martini, un capolavoro assoluto la cui versione in pietra serena, realizzata proprio a Monza nel 1930, fu esposta in quell’anno proprio nella stessa Rotonda, in occasione della Mostra Triennale tenutasi in città per l’ultima volta prima di “migrare” a Milano. 

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Scopri di più su Demetra – Ercolano di Mimmo Jodice